Il documento è allegato al Bilancio di Previsione dell'anno.
È stato predisposto con DGR/CR n. 63 del 5 luglio 2011. Discusso a livello di gruppi e dal Consiglio Regionale Veneto.
Questo Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, rappresenta le linee di tendenza e gli obiettivi di lavoro della regione per quest'anno. Ovviamente per rendere concrete ed esplicite le linee programmatorie, queste devono essere supportate da disegni di legge e stanziamenti concreti di bilancio.
È anche vero che molto del contenuto prevede anche degli interventi di routine da farsi con le risorse di bilancio già stanziate.
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L'Unione Europea con una risoluzione dal titolo "Conclusioni del Consiglio dell'Unione Europea sul patto europeo per la salute e il benessere mentale: risultati e azioni future" (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea del 7 luglio 2011) si è occupata della salute e delle condizioni di benessere dei malati di mente.
Questo a rafforzamento e a difesa dei diritti di cittadinanza di tutti i cittadini europei.
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La Fondazione Cesare Serono e la Fondazione CENSIS hanno realizzato il primo rapporto di ricerca su “le disabilità oltre l'invisibile istituzionale. Le disabilità tra immagini esperienze e emotività”. La ricerca è stata presentata, a Roma, il 20 ottobre 2010.
La sintesi della ricerca, sintetizzata nelle comunicazioni alla stampa è stata: “aumentano le persone disabili, ma scontano invisibilità, ignoranza e pregiudizi”.
La ricerca curata in particolar modo dal CENSIS si divide in quattro paragrafi:
1) l'immagine della disabilità;
2) l'approccio emotivo;
3) le conoscenze sulle quattro condizioni cliniche oggetto di approfondimento (sindrome di Down, Autismi, Sclerosi multipla e malattia di Parkinson);
4) la stima Censis sulla popolazione con disabilità in Italia.
Alcuni dati per capire il senso e l'importanza della ricerca:
l'immagine della disabilità. Il 91,3% degli italiani dice che i disabili provocano in loro sentimenti di solidarietà per la loro condizione. Mentre l’85,9% provano sentimenti di ammirazione per la forza di volontà e l’82,7% li ammirano per quello che fanno per rendersi utili. Solo il 34,6% ha paura di offenderli, anche indirettamente con gesti o parole;
l'approccio emotivo. Il 50,8% degli italiano prova disagio al cospetto di un disabile. Il 54,6% ha paura, per una serie di cause sfortunate, di diventare anche lui un disabile. Questo perché il 68,7% degli italiani associa la disabilità al fattore fisico e del movimento e la causa principale sono gli incidenti stradali. Il 14,2% è indifferente al problema della disabilità.
le conoscenze sulla disabilità. Il 62,9% degli italiani pensa che la disabilità sia solo fisica, e la maggior parte la associa agli incidenti stradali (68,7%), mentre il 14,25% ad una malattia congenita e l'11,1% ad una malattia neurologica.
Mentre la disabilità mentale è nella mente del 15,9% degli italiani e il 2,9% pensa alla cecità e sordità.
Il 60% di noi dice che la disabilità mentale è accettata solo a parole e non nei fatti. Mentre al 23% fa paura e per questo non è accetta.
Autismo per il 90% dice di sapere cos'è, e lo identifica con la difficoltà di comunicare e stabilire relazioni con altri. Il 73%, un italiano su quattro, è convinto che gli autistici siano dei geni in matematica, musica ed arte.
La sclerosi multipla è conosciuta dall'87,6%. Nel dettaglio il 62,75 dice che gli ammalati perdono rapidamente la capacità di movimento autonoma, mentre il 74,6% che vivono meno di altre persone e il 60,7% che con questa malattia non si può fare una vita normale. La malattia del Parkinson viene dichiarata conosciuta dal 93,2% degli italiani, ma di questi il 61% la confonde con l'Alzheimer.
la stima del Censis sulla popolazione disabile in Italia. La stima del Censis è di 4,1 milioni di italiani, pari al 6,7% della popolazione.
La ricerca, ma soprattutto la discussione in occasione della presentazione della ricerca ha evidenziato la difficoltà e la solitudine della famiglia nella gestione della disabilità.
La difficoltà di avere un sistema di welfare comunity capace di dare risposte adeguate a questo mondo della disabilità. La burocrazia e l'inesigibilità di fronte alla problematica, ma anche l'ignoranza nel sapere cos'è la disabilità e l'impegno della “persona disabile” per superare le proprie difficoltà.
La ricerca, con i suoi dati, dà molte delle risposte ai tanti perché. Ma anche qui come in molte altre cose il problema è unico: mancano i soldi e quindi... Ma forse mancano, anche e soprattutto, idee nuove e diverse, e la capacità/volontà di ascoltare e capire chi di queste cose si occupa da tempo. Manca quell'attenzione alla persona e ai suoi bisogni.
La Fondazione Cesare Serono è nata nel 1973. E' una struttura privata onlus.
La sua missione è: centralità della persona, intesa come cittadino, paziente e famiglia. Si occupa della diffusione della ricerca scientifica per la sclerosi multipla, infertilità maschile e femminile, endocrinologia, oncologia e malattie rare.
Presidente del Comitato Scientifico è il prof. Elio Guzzanti, già Ministro della Sanità (www.fondazioneserono.it).
La Fondazione CENSIS (Centro Studi Investimenti Sociali), presieduto dal prof. Giuseppe De Rita, è un prestigioso istituto di ricerca sociale e economica. La sua attività scientifica riguarda il lavoro, la sanità e la struttura economica e produttiva del paese, con particolare attenzione alle persone e alle piccole e medie imprese e alle professioni.
Ogni anno cura e diffonde il Rapporto annuale sullo stato del paese. Nel 2010 è la 44° edizione. (www.censis.it)
Scarica la nota di sintesi del primo rapporto di ricerca: “La disabilità oltre l'invisibilità istituzionale”
“…tutti i bambini nascono liberi ed uguali in diritti e dignità: questo è il principio su qui si fonda la convenzione sui diritti dell'infanzia..”, così ha dichiarato Anthony Lake, direttore generale UNICEF, in occasione dell'anniversario del 21° anno della convenzione internazionale sui diritti dei bambini.
La convenzione sui diritti dell'infanzia, approvato dall'Assemblea Generale dell'ONU, il 20 novembre 1989, e ratificato dall'Italia il 27 maggio 1991 (con legge n.176) è il trattato sui diritti umani maggiormente ratificato dagli stati membri dell'ONU.
È un'importante strumento giuridico a disposizione di tutti coloro, famiglie, associazioni, governi nazionali, che si occupano della difesa dei bambini e dei loro bisogni fisici e morali.
Nella stessa giornata, Vincenzo Spadafora, presidente Unicef Italia, ha detto che nel nostro paese vi è un'emergenza italiana, che è rappresentata dalla scarsa attenzione del Governo Italiano, e del mondo politico, in generale, sui problemi dell'infanzia.
Mancano iniziative e fondi da destinare ai bambini. Sempre secondo il presidente UNICEF Italia, Spadafora, la situazione si è ulteriormente aggravata anche dal taglio dei fondi del 5%°, con l'imposizione del tetto ad un massimo 100 milioni, da ridistribuire a tutte le associazioni aventi diritto, e la mancanza del “piano nazionale dell'infanzia” (l'ultimo è stato il “Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva 2002/2004”).
Gli ultimi dati statistici dicono che i minori in sofferenza per problematiche di povertà relativa, vivono in famiglie che hanno redditi al di sotto del minimo (attualmente è di 856 euro mensili) sono 1.756.000 (dei quali 369 mila nel ricco nord del paese), mentre al sud la percentuale è pari al 65%. I minori che vivono invece in condizioni di povertà assoluta sono (circa) 694.000, dei quali 191 mila nel nord.
Sull'esigenza ed opportunità di rifare “il piano” fu preso un impegno nella conferenza nazionale sull'infanzia (Napoli 2009). Il “piano” dovrebbe, negli obiettivi comunemente individuati: ridefinire il ruolo dell'Osservatorio Nazionale dell'Infanzia; dovrebbe dare gli indirizzi programmatici e coordinare perché questi si realizzino. A supporto occorre pensare di mettere in rete e creare sinergie fra le varie realtà governative e del non profit e volontariato nella fase di assistenza e consulenza. Infine, e non ultimo, definire bene tutte le azioni e il loro sostegno economico perché i diritti sanciti siano usufruibili da tutti i bambini.
Nei giorni scorsi, proprio a ridosso della giornata mondiale dei bambini, è stato attivato e inaugurato il nuovo sito (www.atlanteminori.it) di Save The Children, denominato “l'Isola del Tesoro” che serve ad aumentare l'informazione sul tema.
Questa attività risponde alla nuova realtà dell'informazione, sapere per agire, raccomandata dall'Unione Europea, sia con la diffusione e adozione di progetti di comunicazione sociale; sia con le indicazioni raccomandate dall'anno europea 2010, che per la lotta alla povertà e all'esclusione sociale, raccomanda di aumentare/qualificare l'informazione sociale sui diritti alle persone, specie a quelle che hanno minore possibilità di accesso alle fonti informative.
In questa dimensione si colloca l'osservatorio per la famiglia. Aumentare l'informazione, la conoscenza e dare risposte concrete e immediate ai bisogni delle famiglie, e in questo contesto ai bambini.
Per questo e per rafforzare “il diritto ludico del bambino”, stabilito dall'articolo 31 della convenzione, all'osservatorio per la famiglia, del gruppo imprenditori sociali Castel Monte, il 20 novembre 2010, alla sede dell'osservatorio c'è stato il laboratorio ludico/creativo dei bambini.
Tutti gli educatori e gli esperti dell'osservatorio a disposizione, dei molti bambini, che hanno dato libero sfogo, in silenzio ed impegno, alla loro ludico - creatività artistica.
Hanno lavorato con il pongo, tagliato e incollato carta, disegnato e creato composizioni artistiche, belle e spiritose, con la carta. Nessun videogioco o televisione, con nessun rimpianto per la loro assenza. Nessuna leccornia pericolosa per la salute, ma solo acqua e succhi di frutta.
In un clima gioioso e simpatico che ha fatto da cornice e sfondo, i bambini erano impegnati, con gli operatori dell'osservatorio, a realizzare i loro personali progetti.
A proposito di Piano nazionale dell'adolescenza/infanzia
Alla conferenza nazionale sull'infanzia (Napoli, novembre 2009) ci fu un impegno condiviso da tutti per la realizzazione del “3° Piano biennale nazionale di adozione e di intervento per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva”.
Un primo schema di linee guida fu presentato dall'Osservatorio Nazionale Infanzia (15 ottobre 2010, www.minori.it).
La bozza di “Piano Nazionale dell'infanzia” a cura del Governo Italiano è stata presentata in data 14 luglio, e si sta procedendo alle consultazioni necessarie. Prima della stesura di questo documento c'è stato un documento integrativo e propositivo del coordinamento “batti il cinque”. Un coordinamento di molte associazioni e onlus per l'infanzia, che è stato sottoscritto, in data 22 gennaio 2010, e a seguito degli impegni presi dalla Conferenza Nazionale sull'Infanzia (Napoli 2009, www.radiomamma.it/coordinamento batti il cinque). Il documento è stato sottoscritto da 50 organizzazioni e 200 operatori.
In data 14 ottobre è stata la volta del “coordinamento per i diritti dell'infanzia e adolescenza pidida”, è un coordinamento aperto di associazioni, ong, terzo settore e volontariato, che si occupa di infanzia - www.infanziaediritti.it).
Documenti di approfondimento (si possono scaricare):
- linee guida del piano nazionale adolescenti a cura dell'Osservatorio per l'infanzia;
- schema piano nazionale infanzia (edizione luglio 2010);
- contributo al piano nazionale infanzia del coordinamento “batti il cinque”;
- contributo al piano nazionale infanzia del coordinamento “pidida”.
(nota e ricerca documenti a cura di Giancarlo Brunello, segretario di “te x castel monte”, associazione di ricerca e studi del gruppo imprenditori sociali)
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a cura del Dipartimento per le politiche della famiglia e dell'Osservatorio Nazionale sulla Famiglia
Milano 8/10 novembre 2010

A conclusione di un anno di discussioni e di confronti, si è svolta a Milano, nel mese di novembre (8, 9, 10 novembre), la Conferenza Nazionale della famiglia. Le iniziative precedenti sono state fatte a Trento (28 maggio), a Roma (9 luglio) e a Bologna (27-28 settembre). La conferenza finale, preparata da una serie di documenti, frutto di confronti avvenuti soprattutto nell'ambito delle attività dell'Osservatorio con il suo Comitato Tecnico-Scientifico, è stata molto vivace.
Due sono state le considerazioni di fondo.
La prima sui contenuti, soprattutto quelli evidenziati dai rappresentanti del Governo Italiano, in primis il Ministro del Lavoro on. Maurizio Sacconi e dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega alla famiglia, on. Carlo Giovanardi. I loro interventi e le loro considerazioni ipotizzano, e di conseguenza ragionano, su un modello di famiglia, a cultura e tradizione cattolica, onnicomprensiva e capace di dare risposte. Ha solo bisogno di essere aiutata economicamente. Su questo la polemica c'è stata anche nelle iniziative preparatorie, specialmente a Bologna ( settembre 2010).
Questo ci sembra il difetto e il limite della discussione attuale: parlare e scrivere, e pensare, ad un modello di famiglia che riguarda la storiografia sociale di ieri. Oggi, e soprattutto domani, vi è una tipologia familiare diversa.
Un nucleo familiare molto piccolo, con poca relazione sociale con le famiglie di origine, spesso distanti da loro, anche in diverse città. E anche incapace e impossibilitato a relazionarsi con il sociale territoriale. Questo fenomeno sociologico è stato ampiamente studiato e motivato, tant'è che l'Unione Europea si è convinta che le relazioni sociali attuali, non permettano a molte persone, non solo di non conoscere quanto gli spetta di diritto, ma anche a chi e come chiederlo. Uno degli obiettivi, primari, dell'anno europeo 2010, contro la povertà e l'esclusione sociale, è quello di aumentare il livello di conoscenza e di consulenza per poter usufruire, intanto, di quello già disposto. La cronaca, ma soprattutto le storie concrete del presente dicono che sempre più la famiglia ha paura indirettamente o perché ne è direttamente coinvolta, dai problemi sociali e sanitari. Specie quelli legati all'autosufficienza e all'assistenza sociale e sanitaria, specie per anziani e bambini. Questa è la preoccupazione e la paura più forti delle persone.
L'85,7% degli italiani, una famiglia su tre, ha questa grande paura. E circa il 32/33% non solo c'è l'ha, ma la vive direttamente perché ha problemi diretti, in famiglia, di questo tipo. L'82,5% degli italiani, ha paura di non aver soldi per curarsi in caso di gravi ed importanti malattie.
Queste paure sono concrete, perché non solo sono molto vicine al vivere quotidiano delle persone,ma si accentuano alla continua affermazione che il welfare sociale e sanitario va ridimensionato nella sua quantità, e quindi anche nella sua qualità, perché non ci sono più soldi.
Oltre alle bellicose e paurose dichiarazioni “dei tagli”, questi, in minima parte, sono stati anticipati e fatti con la manovra economico - finanziaria 2010.
Tagli indiscriminati su alcune prestazioni, i cui effetti si sentiranno nel 2011. Tagli a sforbiciata, come abbiamo detto noi, e come ha rilevato anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione dell'incontro con l'ANCI a Padova dopo l'alluvione veneta. Non sono state invece fatte altre proposte nuove, doverose e necessarie, di come andare avanti, visto che stiamo parlando di bisogni delle persone.
Vanno segnalati due tentativi, ad oggi, di ridiscussione del modello di “welfare state” (quello attuale).
La prima è contenuta nel Libro Bianco del Ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, e ripreso quest'anno al meeting di comunione e liberazione.
Attuare una riforma del welfare, da statale onnicomprensivo, a “welfare comunity”, che ha come obiettivo quello di essere più vicino alle persone e ai loro bisogni. Questo modello coinvolgerebbe direttamente i cittadini interessati, anche nella gestione diretta, tramite associazioni e organizzazione del non profit, in particolare la cooperazione sociale. Allo Stato, e alle sue articolazioni, rimarrebbe la programmazione strategica e il controllo di qualità e di correttezza.
In questa direzione va anche la proposta, e le prime decisioni (molto contestate e discusse), dei conservatori/liberali inglesi, che hanno vinto le elezioni in Gran Bretagna. Si parla, e si stanno predisponendo decisioni, per un modello di welfare definito “big society”. Servizi e attività sociali e pubbliche di diretto interesse degli utenti, gestite direttamente dagli utenti interessati.
Qui siamo ancora alle generiche affermazioni sulla necessità che delle competenze statali, speriamo, solo quelle gestionali ed operative, vengano delegate operativamente al volontariato e al non profit. Recenti statistiche e studi, in particolare e come ultimo, quello del CENSIS per conto del Forum ANIA - Associazioni dei consumatori (associazione nazionale imprese assicurazioni), indicano che il 59% dei cittadini vede bene un'ulteriore e maggiore coinvolgimento del terzo settore non profit nell'area del sociale e del sanitario.
Questo è in contrasto con decisioni operative intanto. Il Ministero dell' Economia, nella sua politica dei tagli, sta pensando di limitare ancora al massimo, al settore non profit, l'utilizzo del famoso 5%.
Si parla di una cifra massima di 100 milioni di euro, come tetto. Questi sono soldi dati direttamente dai cittadini, non intaccano la casse statali, se non per le mancate entrate tributarie.
La seconda considerazione, che anche questa ha creato polemiche importanti, è quella collegata all'intervento del Ministro Sacconi che ha affermato che le richieste delle famiglie si possono soddisfare in modo importante, con la rimodulazione di quanto già lo Stato dispone, ma che evidentemente non è in linea con i nuovi bisogni delle famiglie. Va segnalata in questo contesto una forte polemica con “Radio 24” (radio del Sole 24 Ore della Confindustria) che ha sostenuto ma se è solo questo il problema perché non si fa. Perché…?
La Conferenza non aveva compiti operativi, ma era necessaria per dare idee e suggerimenti, dopo un confronto con le parti interessate, utili alla realizzazione del piano nazionale delle politiche della famiglia che il Governo Italiano dovrebbe, e intende, realizzare quanto prima.
Le discussioni e i confronti nell'anno 2010 ci sono stati. Molti sono stati, anche, i suggerimenti e le idee. Buona anche la documentazione sin qui prodotta.
A noi sembra interessante, e condivisibile, l'idea del Ministro Sacconi di rimodulare e riadattare da subito alcune piste ed aree degli interventi. Su questo molte sono le proposte, e anche concrete. Quindi varrebbe la pena di provarci. Esse sono anche complementari e collegabili alla difesa del reddito del mondo del lavoro.
Per dare seguito a quando diceva, John Milton,scrittore e poeta inglese, nel suo libro “Areopagitica, discorso per la libertà di stampa”: “prima di ogni altra libertà, datemi la libertà di conoscere, di esprimermi e di discutere” .Ispirandoci al concetto di più informazione, più conoscenza e più capacità di decisione, ed essendoci molta documentazione, abbiamo fatto una selezione, dei molteplici, documenti prodotti per la Conferenza, che mettiamo a disposizione nel sito internet (www.castelmonteonlus.it/osservatorio per la famiglia).
Prendiamo anche impegno formale, di sostenere la divulgazione dell'informazione e seguire le discussione che seguiranno, ma soprattutto le implicazioni e ricadute a livello generale e territoriale, delle decisioni che verranno assunte in materia, di mantenere la continuità dei flussi informativi e creare occasioni di confronto e discussione con le famiglie e gli operatori e decisori in materia che sono nell'area della cooperazione sociale in generale, e nel gruppo imprenditori sociale cooperativo Castel Monte.
Il nostro impegno è anche coerente con quanto già fatto, ad esempio la costituzione dell'osservatorio per la famiglia, già funzionante ed operativo (Casale sul Sile, Centro di Medicina S. Raffaele, telefono 0422 827781/827782, fax 0422 785228, www.osservatorioperlafamiglia.it).
(nota a cura di Giancarlo Brunello, segretario dell'associazione di ricerca e studi su e per il sociale “te x castel monte” e Caterina Bustaffa, presidente cooperativa L'Isola Che Non C'è e coordinatrice dell'osservatorio per la famiglia, del gruppo paritetico cooperativo imprenditori sociale Castel Monte - novembre 2010)
Documenti selezionati e recuperati (da consultare e scaricare):
“Le politiche familiari in Italia: problemi e prospettive” (il Piano Nazionale di proposta Family Mainstreaming)
prof. Pier Paolo Donati, direttore scientifico dell'Osservatorio nazionale sulla famiglia, ordinario di sociologia della famiglia Università di Bologna
“Verso un piano nazionale delle politiche della famiglia. L'alleanza italiana per la famiglia”
documento preparatorio per la Conferenza, a cura del Comitato tecnico Scientifico dell'Osservatorio Nazionale sulla famiglia
“La legislazione sociale per la famiglia in Italia”
prof. Francesco Tomasone, del Comitato tecnico scientifico dell' Osservatorio Nazionale sulla famiglia. Ordinario di diritto del lavoro e della previdenza sociale alla scuola superiore dell'economia e della finanza “Ezio Vanoni” di Roma
“Servizi e interventi sociali per la famiglia e con le famiglie lungo il ciclo della vita”
prof.ssa Giovanna Rossi, del Comitato tecnico scientifico dell'Osservatorio Nazionale sulla famiglia. Ordinaria di sociologia della famiglia facoltà di psicologia Università Cattolica Sacro Cuore Milano
“I Comuni e le politiche familiari (spunti ed analisi di proposta)”
Fondazione ANCI ricerche, CITTALIA
“Documento sulla conciliazione lavoro-famiglia”
a cura del gruppo specifico dell'Osservatorio nazionale sulla famiglia
"Famiglia in Cifre ISTAT"
Istituto Nazionale di Statistica
Rigore e sviluppo nell'era del mercato globale
L' IPSOS (istituto di sondaggi e ricerche di mercato, presieduto da Nando Pagnoncelli) l'ACRI (Associazione Casse di Risparmio Italiane, associazione di volontariato che raggruppa le casse di risparmio e le fondazioni bancarie, quelle che si occupano del sociale) hanno presentato in occasione dell'86° giornata del mondiale del risparmio, un Rapporto sul risparmio degli italiani.
L'ACRI, committente del Rapporto, come detto, è un'associazione di volontariato che si occupa del sociale territoriale delle Casse di Risparmio e loro Fondazioni. Ha un'attenzione particolare al tema della famiglia e della solidarietà sociale. È un grande club di idee e di pensatori, perché non ha nessuna competenza sulla rappresentanza sindacale, che è demandata all'ABI (Associazione Banche Italiane). È presieduta dall'avvocato Giuseppe Guzzetti, già Presidente della Regione Lombardia, cattolico, e persona molto attenta al sociale e alle tematiche della solidarietà.
Alla presentazione del Rapporto (Roma 28 ottobre 2010) è stato molto critico con lo sperpero di soldi da parte delle pubbliche amministrazioni, della politica e delle varie realtà associative e imprenditoriali. Troppi sprechi sul lusso e sulle cose inutili, come le sponsorizzazioni e gli eventi, le brochure patinate e la propaganda, e pochi soldi, invece, sono finalizzati alla solidarietà sociale.
Non basta dire che di questa si occupa il volontariato o la cooperazione. Non basta dire che del sociale e sanitario, si occuperà l'economia sociale, occorre pensare e lavorare ad un progetto specifico, non fatto di soli slogan, ma anche di idee e risorse.
Venendo al Rapporto ne raccomando la lettura e la visione.
Il problema della paura di noi e del domani
E' molto chiaro e significativo di come la pensano gli italiani sulla situazione economica. Rispecchia e riconferma le paure che abbiamo rispetto alle nuove falle che si attueranno nel welfare sociale. Molte sono le paure su questo fronte. È chiara è anche l'indisponibilità e impossibilità di trovare risorse private.
Tutto questo riconferma le recenti ricerche fatte, e anche da noi divulgate, dalla Caritas/Fondazione Zancan e dal CENSIS per ANIA/Forum Consumatori. Occorre dire con altrettanta franchezza che queste preoccupazioni non trovano conferma invece in alcun documento politico, sia perché i documenti politici quando ci sono solo farciti di slogan e parole d'ordine, è hanno poche elaborazioni.
Sia perché la distanza tra quello che si ascolta (poco) e quella che è la realtà vera degli italiani è di anni luce. Distanze incolmabili.
Invece le ricerche dirette, quella qui allegata riportata e le altre menzionate, confermano ancora una volta, qualora ci fosse bisogno, che insieme ai numeri e allo scenario globale, occorre ascoltare la gente. Questi sono quelli che alla fine, che con i loro comportamenti, condizionano le scelte della macro economia.
In questi giorni, ad esempio, nella campagna elettorale americana di metà mandato del Presidente Obama, la contraddizione tra i numeri della crisi e gli umori della gente è evidente. Come è evidente il peso del cosiddetto “valore K: la paura”.
Paura del domani. Paura di non farcela. Paura di ammalarsi… paura degli altri e dei diversi…
Un mondo che è condizionato dalla paura. Con un sistema di leadership incapace di capire e cogliere questi umori e dare risposte rassicuranti alle persone.
Ecco perché raccomando la lettura del Rapporto IPSOS/ACRI perché nello studio “del risparmio degli italiani” c'è la descrizione di questo nuovo fenomeno sociale che è la paura di noi e del nostro domani.
Il lavoro e la crisi economica
Sempre in occasione della giornata mondiale del risparmio è intervenuto anche il Governatore della Banca d'Italia Draghi. Questi ha dedicato parte del suo intervento a due considerazioni.
La prima a quella della solidità del sistema bancario e le regole di funzionamento. Rigore e attenzione dovrebbero essere gli antidoti necessari per evitare situazioni come l'ultima crisi del 2008/2009. La soluzione di molti dei problemi dovrebbero derivare dall'introduzione di Basilea 3. La secondo considerazione è legata agli accordi, che gli stati membri dell'Unione Europea stanno pensando sul rientro e contenimento del debito pubblico, e che sono oggetto del vertice dei Capi di Governo dell'Unione europea del 28/29 ottobre.
In riferimento a Basilea 3 ci viene in mente quello che disse, e noi condividiamo, il prof. Stefano Zamagni, a Treviso, in occasione della presentazione e discussione dell'enciclica papale di Benedetto XVI (Caritas in Veritate), disse che non è pensabile ed accettabile che le regole della partita (e in questo caso sono quelle di Basilea 3), le scrivano e le approvino i giocatori (in questo caso le banche centrali, che sono state nel passato incapaci e inadeguate a svolgere il loro ruolo di controllori).
Le regole vanno scritte dai mediatori degli interessi collettivi, che dovrebbe essere la politica e la rappresentanza degli interessi, nelle sue varie articolazioni. Questo è giusto, non solo eticamente, ma anche politicamente visto che i danni che “i puffi finanziari” li stanno pagando la collettività (le persone degli stati membri).
Venendo al debito pubblico e al suo rientro, c'è il rischio di far finta di farlo, e farlo come dichiarazione di principio, o quello di uccidere con i tagli drastici dei bilanci pubblici la politica di sussidio e di aiuto ai chi non ce la fa.
Ricordiamo che in Europa ci sono oltre 80 milioni di persone che vivono di sussidi pubblici, e di questi più di 9 milioni sono indigenti.
La crisi recente e quella attuale non si è giocata sul debito, che è un problema serio e da affrontare, ma sulle speculazioni delle grandi banche d'affari con grandi uomini d'affari.
Quindi l'esigenza di risanare i conti pubblici è giusta, ma ci vuole anche una politica che permetta di risolverla nei tempi e modi giusti. Questa è materia delicata e non bastano solo i decreti e documenti politici.
Stiamo parlando di problemi reali di vita della gente… di persone. Non di scatole o di macchinari.
Le considerazioni del Presidente dell'ACRI sul welfare e sociale
Sul tema del sociale il Presidente dell'ACRI, avvocato Giuseppe Guzzetti ha detto: “…ci sono bisogni sociali che rischiano di non essere soddisfatti:il disagio giovanile, la disabilità, la condizione degli anziani. Non si può andare avanti con questa storia di scarico di responsabilità, lasciando questi problemi solo al volontariato e al terzo settore. La parte pubblica deve fare la sua parte. forse essere più rigorosa nelle spese, meno convegnista, meno maxiconsulenze, meno maxi uffici e pubbliche relazioni. Li c'è da risparmiare per avere le risorse da destinare alle fasce sociali che soffrono di più…”
(nota a cura di Giancarlo Brunello, segretario associazione di ricerca e studi sul e del sociale “te x castel monte” - gruppo imprenditori sociali Castel Monte)
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Martedì 26 ottobre 2010 a Roma, e in molte altre città italiane, la Caritas ha presentato il suo XX Rapporto Statistico sull'Immigrazione.
Vent'anni di storia e di racconto sui fenomeni dell'immigrazione.
Anche qui, come per la povertà, credo che nessuno conosca la situazione come la Caritas. La sua particolarità è quella di mettere insieme le cifre, dei complessi e spesso inattendibili dati statistici, con la prassi e la quotidianità propria, ed esclusiva, dei centri di accoglienza e assistenza Caritas nel territorio.
Quattro sono gli aspetti esaminati dal Dossier 2010:
1) la situazione socio - economica dell'Italia
2) non è concepibile il futuro dell'Italia senza lavoratori emigrati
3) una società multiculturale trova coesione nell'integrazione
4) serve una mentalità rinnovata per l'integrazione.
Sul primo punto (la situazione socio - economica dell'Italia) il dossier si sofferma per affermare che la crisi economica ha connotati sempre più marcati, e che da congiunturale sembra diventare sempre più strutturale. Caritas afferma che, rispetto al passato, diventa meno brillante l'affermazione delle imprese italiane all'estero, senza la possibilità di compensare con la produzione per il mercato italiano. Il paese Italia diventa sempre più un “"paese consumatore” più che produttore, con per giunta scarse risorse.
In questo contesto Caritas, sciogliendo il dilemma opportunistico, sul valore positivo/negativo dell'immigrazione, afferma che essa è un valore.
Italia senza immigrati, il secondo punto. Gli immigrati, si afferma, sono utili in tutti i settori, per rimediare alla mancanza di manodopera locale. Sono presenti in maniera massiccia nel lavoro famigliare (assistenza varia), in edilizia e in agricoltura. Fanno lavori complementari rispetto agli italiani: 4 immigrati su 10 sono occupati a livello inferiore rispetto alla loro scolarizzazione e professionalità.
Svolgono lavori disagiati e difficili (di sera, di notte, periodo feriali e in posti insalubri) e percepiscono una retribuzione inferiore rispetto a quella della media italiana (971 euro al mese, in media - 23%). Incidono per 11% sul PIL nazionale, dichiarano e pagano al fisco 33 miliardi di euro. Pagano molto di più di quanto ricevono nella ridistribuzione del welfare state (Caritas stima un positivo di un miliardo di euro all'anno).
Oltre a questo gli stranieri, quelli più stabili, cominciano a diventare piccoli imprenditori (oltre 213 mila, maggio 2010, il più 13,8% rispetto al precedente periodo, le persone interessate sono state stimate in oltre mezzo milione di persone).
La loro capacità produttiva potrebbe essere maggiore se a loro fosse concesse regole chiare per i vari permessi di soggiorno. La precarietà delle legislazione ad esempio, impedisce loro, di accedere al credito anche quello alla persone, e quindi probabilmente di produrre ricchezza ulteriore.
Una società multiculturale trova coesione nell'integrazione. Il terzo punto del dossier. Gli immigrati regolari, iscritte alle anagrafe italiane sono 4 milioni e 235 mila.
A questi vanno aggiunti altri 686 in via di regolarizzazione e registrazione. Un totale insomma di 4.821 mila. I minori sono 932.675, quelli arrivati ai quali vanno aggiunti 572.720 bambini nati in Italia. Il Rapporto dice anche: ogni giorno 70 italiani si sposano con un immigrato, 163 cittadini stranieri diventano italiani, nascono 211 figli da genitori stranieri. Questo fa dire alla Caritas che l'Italia è un paese multiculturale.
Questa situazione però, a livello di paura soggettiva, e non oggettiva, fa credere alla gente che gli immigrati regolari siano molti di più. Stime di chiacchiericcio sono arrivate a quantificarli in (max) 15 milioni.
La loro presenza, pur non essendo integrata, culturalmente e socialmente, con la società italiana, è molto visibile e udibile, perché spesso i loro luoghi di aggregazione/ritrovo sono le piazze e le strade dei paesi. Quindi visibili e udibili.
La Caritas raccomanda e dice che è ora che ci sia una politica di integrazione vera.
Gli immigrati devono per prima cosa accettare e vivere le regole del paese Italia, ma noi abbiamo anche il dovere di ascoltarli e capirli. Un tema delicato per l'integrazione è la lingua italiana. Pochi sono i corsi di lingua, solo una minoranza è in grado di frequentarli per mancanza di posti. La maggioranza si arrangia come può. e questo crea tensione e mancanza di integrazione vera.
Serve una mentalità nuova per l'immigrazione, il quarto e ultimo punto del dossier. Nell'insistere nell'accoglienza e nell'integrazione, perché l'immigrazione è una ricchezza, il dossier riporta anche il fenomeno dell'invecchiamento e delle problematiche demografiche italiane. Dati ISTAT ed Eurobarometro dicono con immigrazione zero l'Italia perderà, data 2050, un sesto della popolazione. Mentre se gli immigrati continueranno con questi flussi saranno oltre 12 milioni ed inciderebbero per il 18%.
Quindi per tutti, ma anche per le pensioni per la popolazione italiana e per il nostro welfare è indispensabile avere immigrati integrati.
L'integrazione peraltro è anche il vero antidoto per le politiche di sicurezza nel paese.
(nota a cura di Giancarlo Brunello, segretario associazione “te x castel monte” del gruppo imprenditori sociali Castel Monte)
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''15 minuti x te'' è stata un'iniziativa del gruppo cooperativo imprenditori sociali Castel Monte che ha voluto richiamare l'attenzione sulla necessità di diversi e moderni stili di vita, basati su una corretta alimentazione e come prevenzione in chiave salutista.
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“in caduta libera” è il titolo del X Rapporto Caritas, curato dalla Fondazione Zancan (www.caritas.it), sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia.
La presentazione del Rapporto è stata anche occasione di polemica e contrasto tra la Caritas e l'ISTAT (Istituto di Statica governativo), in quanto i dati forniti dal rapporto mettono in discussione, e qualcuno ha detto in ridicolo, i dati dell'ISTAT recentemente divulgati sullo stesso tema.
Il contrasto è evidente e difficilmente conciliabile. Caritas denuncia un aggravio della situazione povertà, mentre l'ISTAT lo mantiene agli stadi filologici di un momento di crisi. Dice che è stabile rispetto agli anni 2007/2008.
Il Rapporto, come sempre, è una sua caratteristica, oltre alla lettura dei dati si basa sulle rilevazioni sul campo che Caritas fa con le proprie mense e parrocchie. Quest'ultime, come da tempo la stampa scrive, e anche noi lo stiamo sperimentando con i lavori del nostro osservatorio per la famiglia, sono sempre di più collettore, impotente per la mole di richieste, che pervengono di aiuti concreti.
Il Rapporto conferma non solo che si abbassa la soglia della “povertà relativa”, ma anche aumentano i soggetti nuovi che vi entrano. Quelli che oramai non riescono con il proprio reddito a far fronte ai vecchi bisogni personali e della famiglia.
Calcoli per difetto dicono che i poveri italiani sono 8 milioni e 370 mila, con un più 3,7% rispetto all'anno 2008. A questi vanno aggiunti quelli che in qualche modo, mantengono le posizioni di vita fatte con sacrifici e che sono a cavallo della soglia della povertà relativa. Sono le famiglie con più redditi, di norma due, dove uno dei due è in cassa integrazione speciale o ordinaria, le cui prospettive future sono difficili da prevedere e quantificare. Vi è conferma della difficoltà delle famiglie con bambini piccoli e la situazione, sempre più difficile, degli anziani. Spesso in difficoltà per ragioni di salute e sociale, e in molti casi elementi integratori di reddito della famiglia dei figli (con prestazioni di lavoro di e per la casa o con sussidi concreti, magari per aiutare i nipoti).
Il Rapporto inoltre con lucidità e chiarezza, inusitata, dice che nell'ambito delle attività di integrazione e di sussidio alle famiglie si spendono soldi, molti, con risultati assai scarsi. Testimoniano e descrivono che solo le attività integrative e assistenziali, fatte dai Comuni insieme al circuiti dell'economia sociale e del volontariato, danno risultati. Le altre sono spesso spreco di denaro (si dice: “si danno troppi soldi e pochi servizi, con costi a carico della famiglia… per contrastare efficacemente la povertà basterebbe spendere meno di quanto attualmente si spende…”).
In questi giorni uscirà anche il rapporto sulla fame nel mondo della FAO/ONU che il 16 ottobre, come ogni anno, terrà la sua giornata sulla sicurezza dell'alimentazione. I dati FAO non ci sono, si dice che non riesca a quantificarli, e quindi si ragiona sulla vecchia cifra di 1 miliardo di persone al mondo che hanno problemi di fame. Tra questi ci sono 9 milioni di europei, sui 57 milioni che sono in disagio sociale. 50 milioni di americani che hanno problemi di alimentazione. Insomma una situazione difficile da gestire.
Segnalo anche il progetto “zero waste” dell'Università di Bologna, Facoltà di Agraria (prof. Andrea Segrè) di Last Minute Market che dice che in Italia si sprecano 18 milioni di tonnellate all'anno di frutta e verdura. Spesso questa rimane a marcire sulle piante e nei campi perché non è redditizio raccoglierla. C' è uno spreco nazionale stimato in 37 miliardi all'anno, pari al 3% del PIL nazionale. Si butta nella spazzatura di tutto e molto cibo ancora commestibile.
Si calcola che la grande distribuzione butti via, per diversi motivi, oltre 200 mila tonnellate di cibo. Con queste, secondo proiezioni del prof. Segrè si potrebbero sfamare 600 mila persona con tre pasti al giorno.
Il fenomeno è sicuramente europeo, tant'è che il 28 ottobre a Bruxelles ci sarà la giornata europea antispreco.
Il compito assegnato alle organizzazioni/associazioni del non profit, come la nostra, è quello di dare diffusione e di parlare di queste cose.
Il silenzio e l'indifferenza ammonisce l'Unione Europea su questi temi è pari alla complicità.
(nota a cura di Giancarlo Brunello, segretario associazione di ricerca e studi sul sociale “te x castel monte”, del gruppo imprenditori sociali Castel Monte)
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Il CENSIS (Centro Studi Sociali, presieduto dal prof. Giuseppe De Rita) ha svolto per conto del Forum Ania - Consumatori (Ania, Associazione Nazionale Imprese Assicuratrici) una ricerca su “vecchi e nuovi scenari del welfare: voglia di futuro”.
L'indagine conferma quanto a noi già da tempo noto, che le problematiche legate alla non autosufficienza (una famiglia su tre vive questa condizione) sono la paura più diffusa tra gli italiani (85,7%). Subito dopo viene quella di non aver i mezzi per pagare le spese mediche, personali o di un membro della famiglia (82,5%).
La ricerca, nel confermare le già note problematiche sociali, evidenzia, e forse questa è la novità, la diffusione quantitativa del fenomeno.
Abbiamo un ulteriore conferma e dimostrazione, quello che da tempo, molti di noi dicono e scrivono, che il sistema universalistico di assistenza e tutela, tipico del “welfare state” è costoso, lacunoso e insufficiente. Oltre a questo si registra ed evidenzia una forte lamentela sul peso della burocrazia, che è asfissiante, ripetitiva e spesso inutile.
Inutile, nei fatti perché il controllo, non ha abbassato il livello di malcostume e di corruttela che rimane molto alto.
Anche di questo ci eravamo resi conto quando abbiamo cercato di denunciare come l'erogazione e la fruizione dei diritti di cittadinanza, sia sempre più legato alla dimostrazione e attestazione da parte del cittadino, di averne diritto. Abbiamo un “sistema di welfare state” sempre più legiferato in maniera universale ed onnicomprensiva. Ma l'erogazione e sempre più legata, e in modo ossessivo, alla domanda individuale e al controllo fatto con procedure burocratiche molto complesse e difficili da fare.
Di qui un nuovo ruolo, da riorganizzare, dei CAF (Centri di Assistenza Fiscale) e dei Patronati. Oggi sono fortemente arretrati, nel loro complesso, alle novità. Sono ancorati ad una vecchia gestione operativa concepita non suoi bisogni dell'utente, specie i più deboli, ma sulle esigenze organizzative della struttura.
Su questo c'è un pressante richiamo anche dell'Unione Europea. Negli obiettivi dell'anno 2010, quello dedicato della lotta alla povertà e all'esclusione sociale, c'è una forte ed esplicita richiesta ad aumentare l'informazione e la consulenza ai cittadini perché, attraverso la compilazione corretta delle carte, possano usufruire concretamente dei loro diritti.
L'Unione Europea è convinta che molti, degli 87 milioni di cittadini europei (dati censiti alla fine del 2007, e sicuramente in aumento con la crisi attuale), che versano in disagiate condizioni sociali ed economiche non conoscano, per l'esclusione sociale che questa condizione deriva, e quindi non sono in grado di usufruire dei sussidi e aiuti per loro previsti.
Venendo, ai contenuti più specifici della ricerca, si dice che il 32,1% delle famiglie ha avuto, nell'anno 2009, dei familiari che hanno avuto problemi di non autosufficienza e/o malattie gravi o terminali. La gran parte di loro si è arrangiata autonomamente (58%) o con l' aiuto volontario di amici e parenti. Questa èvi è una denuncia esplicita della scarsa presenza e aiuto del sistema pubblico.
La ricerca conferma anche che i cittadini richiedono un welfare sempre più vicino alle loro esigenze.
Chiedono anche una riduzione degli sprechi e un coinvolgimento, maggiore, del privato, in specie del terzo settore. Nel mentre si chiede questo si riconosce e si reclama, a garanzia, una presenza dello Stato come controllore e punto di riferimento (questo per il 54,7% degli italiani). Vi è anche una parte, invece, che vuole ancora una ruolo dello stato tout court (14,6%).
Molto forte è la richiesta di un welfare territoriale più vicino alle esigenze del cittadino (il 59%).Un ruolo questo riconosciuto alle regioni.
Infine, e non ultimo, gli amministratori e gli erogatori dei servizi di welfare sono favorevoli alla collaborazione tra pubblico/privato. Insomma un “welfare mix”, che valorizzi l'apporto dei volontariato e del terzo settore.
La ricerca conferma, a noi della Castel Monte, il ragionamento che da tempo stiamo sostenendo di attivare una discussione e una nuova operatività nell'area del welfare sociale.
Abbiamo lanciato l'idea di lavorare sul un “welfare society” o un su un modello, ancora più spinto, che è quello del “big society”.
Un modello di protezione sociale che tenga conto prima di tutto delle necessità delle persone e che si modelli e organizzi in funzione delle loro esigenze. Questi due modelli, che la stupidità della cultura dell'ombelico, posiziona in una cultura della privatizzazione, deve avere, per funzionare il controllo, attraverso la programmazione ,degli standard di qualità e delle prestazioni dello Stato.
Non è pensabile nell'area dei diritti sociali che le “determinazioni” avvengano tra le parti sociali o che il business sia il fattore di riferimento.
Come, da sempre abbiamo sostenuto, le parti in causa (i giocatori) non possono dettare le regole. L'arbitro deve essere la politica (Stato) che deve dettare le regole e fare il controllo.
Modellare un “sistema di welfare (orientato) al cittadino”, vuol dire mettere in discussione sia la qualità, si può sempre far meglio, che la quantità delle prestazioni, si può dar sempre di più. Solo con questo si può provare a dare risposte alla domanda reale dei cittadini.
Occorre prendere atto, come avviene nelle politiche del consumerismo, che chi determina le scelte operative è la volontà del consumatore. Quindi anche nel welfare occorre prendere atto, e la ricerca lo dimostra ampiamente, che il desiderio del cittadini (il 59%) è quello di avere un nuovo modello di welfare sempre più vicino. Un welfare territoriale.
Forse oggi è anche il tempo giusto, visto che il Governo sta ridefinendo un modello di federalismo che assegna, almeno dalle prime indicazioni emerse, un ruolo importante nella sanità, e nel sociale già esiste, alle regioni. Anche se necessariamente, per la distribuzione ed erogazione delle provvidenze del welfare, occorrerà pensare, per alcune di queste, a strutture ancora più vicine ai cittadini e forse da loro organizzate.
Dobbiamo intervenire anche sui modelli organizzativi delle strutture sanitarie e sociali. Uno degli aspetti negativi della spesa del welfare, che è comune anche a quella degli interventi umanitarie delle varie realtà pubbliche e sociali, è il costo della gestione. Troppa burocrazia, regole poco chiare e quindi costi eccessivi per il controllo e la distribuzione. Il limite è sempre lo stesso: molte delle strutture di erogazione, sono organizzate sulle esigenze di chi vi lavora non di chi è ospite, magari forzato.
Gli orari e l'impostazione organizzativa tiene conto dei diritti di chi lavora, non dei bisogni di chi è ricoverato o ai bisogno di assistenza/aiuto. Cambiare questo vuol dire fare, sicuramente, delle grandi economie di scala nei costi.
Questa discussione non è più rinviabile.
La situazione economica del paese e dell'Europa non consente più questo modello di welfare onnicomprensivo e universalistico, che alla fine non risponde poco alla domanda, di chi ha bisogno.
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